Sogna e vedrai

La felicità è una cosa semplice, dicevano. Sarà vero? Ci avete mai creduto? Ci avete creduto sul serio? Io l’ho fatto, ci ho creduto. Ci ho creduto sul serio. E che lo abbia fatto da bambina, poco conta. Preservo quel sentimento nel cuore e tuttora, in questa semplice frase, vedo la verità più vera. Perdonate la tautologia, ma credo fermamente in ciò che la precedente espressione viene a veicolare.

La felicità è un obiettivo da raggiungere -è vero anche questo- un obiettivo che richiede mille sforzi e milleuno sacrifici, è una meta che sembra lontana anni luce. Per esser felici, bisogna lottare. Eppure, basta un attimo per essere felici. L’ingrediente segreto di cui si ha bisogno e del cui effetto prodigioso, però, molti dubitano, è l’immaginazione. Sin da piccoli, ci è stato detto che il mondo non è tutto rose e fiori. Non ho perplessità al riguardo, al contrario. La realtà è quel fulmine a ciel sereno, chi vogliamo prendere in giro. Tuttavia, nessuno ci priva di quel nostro diritto prioritario che è la facoltà di immaginare. C’è qualcuno che di questo concetto ha fatto uno stile di vita, facendo a sé stesso e a noi tutti un regalo straordinario, un regalo che potesse durare una vita intera, qualcuno che ha deciso di renderci consapevoli del potere che, quando sogniamo, abbiamo fra le mani. Questo qualcuno ha fatto dell’astratto il concreto: si è messo all’opera e ha realizzato il più bel canale televisivo -dedicato ai ragazzi e alle famiglie- di sempre. È così che, in quel lontano 3 ottobre del 1998, Disney Channel ha fatto la sua comparsa in Italia. Molti di noi, ai tempi, avevano all’incirca un peso pari a dieci chilogrammi o poco più, o addirittura erano dei fagiolini. Non sapevamo cosa ci aspettava, eppure lì ad aspettarci c’era un vortice di emozioni che ci avrebbe travolti, una mamma amorevole che ci avrebbe cullato dolcemente, un amico che ci avrebbe sollevato nei momenti più malinconici. Il canale aveva come motto una frase incredibilmente semplice e, al contempo, incredibilmente complessa: Libera la tua immaginazione. Insomma, l’immaginazione è qualcosa che giace dentro di noi, qualcosa di cui, spesso, ci vergogniamo. Tirarla fuori sarebbe quasi imbarazzante. La si dovrebbe, invece, tirar fuori. È con l’immaginazione che le idee più belle trovano spazio nella realtà. È con l’immaginazione che Gustave Eiffel ha realizzato quel magnifico ed imponente monumento che è la Tour Eiffel, è con l’immaginazione che Leopardi ci ha reso partecipi di quell’ Infinito che gli rasserenava il cuore, è con l’immaginazione che Walt Disney ha stravolto le nostre vite, dandoci il biglietto da visita per infiniti posti incantevoli ed inesplorati. È con l’immaginazione che sogno e realtà possono finalmente incontrarsi e dimenticare quel che sono stati in passato: rette parallele destinate a non incrociarsi mai. E allora cosa stiamo aspettando? Non ci resta altro che dar voce alla nostra interiorità, fantasticare e creare il nostro mondo, un mondo dai mille colori, un mondo in cui l’arcobaleno c’è, anche se non piove, e ti ci puoi recare per delle lunghe passeggiate con gli amici, puoi far sì che sia lo scivolo nel tuo giardino o l’arco nel tuo salone, un mondo in cui, per mangiare lo zucchero filato, basta andare a fare un giro sulle nuvole, un mondo in cui, con una bacchetta, dipingi il cielo di rosa, di azzurro, di verde o di qualunque sia il tuo colore preferito, un mondo in cui puoi cantare e ballare per tutto il giorno, i vicini non si lamentano e tu non sei mai stonato, un mondo in cui le rose non appassiscono, la neve è soffice sempre e gelida mai, un mondo in cui la realtà, in meraviglia, supera, di gran lunga, il sogno.

Qualche giorno fa, è bastata qualche riga di un articolo di giornale a far crollare il mondo che, in ventidue anni, mi sono meticolosamente costruita intorno, un mondo la cui parola d’ordine era ‘credici’.

Per anni ho creduto alle cose più impossibili, l’ inaspettato non mi avrebbe colto di sorpresa e superare gli ostacoli più insormontabili sarebbe stato un gioco da ragazzi. Sfortunatamente, ogni cosa, in vita, trova la sua conclusione ed il “Crederci sempre, arrendersi mai” non può trovare sempre spazio nel reale.

Quel giornale, alle ore 10:38 di sabato 2 maggio 2020, riportava le seguenti parole:

Disney Channel chiude. Hannah Montana, Lizzie McGuire, Zack e Cody e tutti gli altri scompaiono assieme al canale dedicato che è esistito per ventidue anni ed è su Sky dal 2003.

Disney Channel chiude i battenti, ditemi che è solo un incubo e, per favore, gettatemi un secchio d’acqua addosso perché io torni alla realtà, la realtà che da sempre ha dato quel pizzico di allegria alla mia quotidianità, la realtà in cui Miley, pur di non svelare la sua identità a Lilly, si spiaccica una torta in faccia, spacciandola per un trattamento di bellezza, per non parlare di quella volta in cui, imbarazzata durante una conversazione con un ragazzo, la nostra protagonista si spruzza il ketchup sulla mano, facendo credere al ragazzo in questione che si tratti di un modo per idratare la pelle, la realtà in cui Cody si finge una ragazza per prender parte ad un concorso di bellezza, la realtà in cui Zeke prepara Creme brulèes per Sharpay, la realtà in cui alla musica non c’è mai fine. Non toglietemi i sogni, non privatemi dell’ immaginazione, non spegnete i miei sorrisi. Quale incubo peggiore? Quale notizia migliore per rendere ancor più amaro questo 2020?

Mentirei se dicessi che Disney Channel non ha contribuito a rendermi la ragazza che sono oggi, una ragazza piena di sogni e speranze, una ragazza che, difficilmente, si arrende, una ragazza che crede nel lieto fine e, soprattutto, una ragazza che lotta per il trionfo del bene sul male.

Sin dai primi anni di vita, Disney Channel è stato il mio fedele compagno. Il mio papà mi ha preso per mano e mi ha portato all’avventura, introducendomi ad un mondo di meraviglie, di magia e di gioia infinita. È stato con lui che ho guardato quel film che mi avrebbe, di lì a poco, condotto alla follia, quella follia che tuttora mi descrive. Chi mi conosce, avrà, probabilmente, già capito di che film sto parlando. Si tratta de Il Re Leone. Poco prima dei tre anni, ero pronta a saltare dalla rupe del Masai Mara, proprio come Mufasa e Simba. Devo dire che, ai tempi, la mia immaginazione era parecchio sviluppata, probabilmente più di quanto non lo sia ora. E certo, per un bambino è normale che sia così, ma lo è forse al punto da fargli credere che la sua culla sia una rupe? A quanto pare, per me lo era! Volevo essere una leonessa e, nella mia testolina, potevo esserlo. Un salto e avrei dimostrato a me stessa di poterlo essere. Del resto, come ci ha insegnato Walt Disney, se puoi sognarlo, puoi farlo. Così, senza pensarci due volte, mi sono lanciata dalla culla, convinta di atterrare sul letto dei miei genitori, ma, come abbiamo appreso nel corso degli anni, sogno e realtà son due mondi opposti e non possono coincidere, e, di fatto, mi sono ritrovata a terra. Poco dopo avremmo scoperto che il mio braccio era rotto e, mentre i miei genitori avevano avuto un’ulteriore conferma della mia demenza mentale, io non avevo di certo cambiato idea: ero un leone e i leoni sono forti. Non stupitevi se vi dico che, lo scorso anno, prima di andare al cinema per vedere il live action de Il Re Leone, mi sono dovuta sorbire le raccomandazioni di mia madre, preoccupata per le follie che avrebbero potuto prender forma tra i miei pensieri.

Anche Aladdin ha parecchio influito sulla mia esistenza. Sì, senza dubbio. Talmente affascinata da quel mondo di spezie e bazar, a diciotto anni sapevo che avrei studiato arabo all’università. Folle, ma vero. Questa volta dovevo essere Jasmine, una principessa orientale. Non è forse vero che è impossibile resistervi? Quel film d’animazione, a dir poco favoloso, è finito perfino nella mia tesi di laurea. A quanto pare, Notti d’Oriente, ha avuto un impatto piuttosto violento su di me.

La mia terra di fiabe e magie

Credi a me

Ha i cammelli che van su e giù

E ti trovi in galera anche senza un perché

Che barbarie, ma è la mia tribù

 

Brilla il sole da sud, soffia il vento da nord

C’è un’intensa complicità

Sul tappeto ora va

Dove andare lo sa

Nelle notti d’oriente andrà

 

Le notti d’oriente

Fra le spezie e i bazar

Son calde lo sai, più calde che mai

Ti potranno incantar

 

Le notti d’oriente

Con la luna nel blu

Non farti abbagliar, potresti bruciar

Di passione anche tu

Non faccio altro che cantarla e ricantarla!

Disney Channel è stato il luogo d’incontro del mio primo amore, Troy Bolton. Per anni, l’ho creduto la mia anima gemella, sono arrivata persino a piangere al solo pensiero di non poterlo mai incontrare nella realtà. Ancora oggi, nel vedere Zac recitare, mi sciolgo come un ghiacciolo nel mese di agosto. È proprio vero, il primo amore non si scorda mai.

Ho sognato di esser bella quanto Sharpay e di avere la dolce voce di Gabriella, mentre mia sorella altro non bramava che toccare i riccioli bruni di Chad. Ho desiderato il guardaroba di Hannah Montana. Mi sono innamorata di Justin per poi, anni dopo, rompere con lui per Max. Ho visto Alex diventare mago e Harper sostenerla così come solo i veri amici sanno fare. Ho cominciato a dar voce al mio interiore seguendo la piccola Lizzie che, di tanto in tanto, compariva fra i pensieri di Lizzie McGuire. Ho seguito le lezioni di ballo di London e Bailey, imparando il ‘tosa la pecora’, il ‘mungi la mucca’ o il ‘passa la carta di credito’.

Per anni, nella mia testa è risuonato un elementare ritornello: “London Tipton è una star, è una star, è una star e le serve amore dai suoi fan, eh già” o il suo sempre presente “Viva me!”, seguito da un applauso. Sono cresciuta con Zack e Cody al Grand Hotel e li ho visti trasferirsi sul Ponte di comando. Qualunque traiettoria quella nave prendesse, io ero pronta a salpare. Ho ritrovato in Cody il mio essere parecchio secchiona e anche la mia ingenuità e ho ammirato tanto la spensieratezza di Zack. Ho finto di avere le visioni di Raven e ho viaggiato con Phil. Ho creduto la scuola una cosa meravigliosa grazie a Quelli dell’Intervallo. Ho ballato con Cece e Rocky e ho cantato con Austin e Ally. Ho finto che mia sorella fosse Charlie e sono stata la sua Teddy. Mi sono persa negli occhi azzurri di Chad Dylan Cooper e ho sognato di essere Sonny. Ho imparato a memoria la coreografia di Las divinas e l’ho ballata ovunque con le mie amiche, spesso anche a scuola. Ho cercato per mare e per terra gli stivali di Antonella e, una volta trovato un paio simile, ho sentito il mondo fra le mani. Ho seguito i tre fratelli Jonas dal New Jersey a Camp Rock. Ho cantato a squarciagola La La Land e You are the music in me. Ho passeggiato a Central Park con Jessie, Emma, Luke, Ravi e Zuri e ho viaggiato nello spazio con le Cyber Girls. Ho corso più forte che potevo per non perdere l’autobus, tornare a casa dopo la scuola e guardare Violetta. Quasi volavo. Non oso raccontarvi quel che ha preceduto i miei salti di gioia nello scoprire, durante l’ultimo anno di liceo, che della serie sarebbe stato realizzato un film e lo avrebbero proiettato al cinema. Ho comprato gonne a fiori per imitare Violetta, così come ho acquistato il diario di High School Musical per portare i ragazzi della East High sempre con me. Su quello stesso diario ho annotato gli immancabili appuntamenti con i film Disney. Ho organizzato pigiama party con le amiche per sentirmi  parte di uno Sleepover Club. Mille volte ho immaginato di essere piccola quanto una coccinella nel guardare Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, quel film che, la prima volta, ho guardato con la mia mamma.

Tutto questo non potrà mai finire in un buco nero, neanche se lo volessi. Disney Channel è parte di me e di altri milioni di ragazzi che in esso hanno riposto fiducia, sogni e speranze. Voglio, perciò, salutarti come meriti, prezioso compagno di viaggio, d’infanzia e di adolescenza. Grazie per ogni risata e per ogni sorriso. Grazie per esser stato il mio appuntamento quotidiano e per non avermi mai lasciato sola. Grazie per esser stato il confidente di milioni di bambini cui hai permesso di fantasticare ad occhi aperti.

Caro Disney Channel, ti porterò sempre nel cuore. Dovevi essere un regalo che sarebbe durato tutta la vita. Non lo sei stato, ma questo non vuol dire che io non senta ancora il tuo abbraccio ad avvolgermi ed il tuo calore a scaldarmi l’animo. Sei andato via e l’arcobaleno intorno è svanito. Tutto intorno è buio, ma dentro di me quell’arcobaleno vive, anche se non piove. Non piove perché, come ti ho detto -e questa è una promessa- ti porterò nel cuore. Farò tesoro dei tuoi insegnamenti. Un giorno, magari, racconterò ai miei bambini quelle stesse avventure che tu hai raccontato a me.

Miley non è scomparsa, così come non lo sono Fiore e Tinelli. Mitchie continua a scrivere canzoni e Zeke e Luther non mollano lo skate. Il Signor Moseby ancora non riesce a gestire quelle due pesti di Zack e Cody, Alex, irremovibile, continua a dire “Prima lancia l’incantesimo, poi chiedi”, Raven continua ad avere visioni. Peccato solo non abbia previsto la tua chiusura. Del resto, come avrebbe potuto?

Nel tuo mondo, che poi è diventato il nostro mondo, non c’è spazio per la malinconia. Tu non avresti mai potuto lasciarci un triste ricordo, sarebbe significato omologarti alla triste realtà da cui hai preso le distanze e da cui, ogni giorno, ci hai messo in guardia. Dopotutto, si ritorna sempre dove si è stati bene.

Tu, però, il futuro lo hai previsto di certo. È stato in vista di questo crollo emotivo che avremmo avuto nell’assistere alla tua fine che, nel corso degli anni, hai agito da grande maestro di vita e ci hai impresso nella mente la lezione più importante: accada quel che accada, we’re all in this together.

Per sognare, non ho mai avuto bisogno di chiudere gli occhi. Significa che imparerò a farlo o, più semplicemente, mi basterà porre la mano sul cuore e ricordarti.

Ciao, Disney Channel.

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Come formiche

Altro non siamo che formiche in un formicaio, abili costruttrici di tane, astute approvvigionatrici di viveri, esseri che sfuggono alla luce del sole, esseri minuscoli. Sì, siamo esseri minuscoli, minuscoli esseri indifesi, molto più piccoli di quanto mai avremmo potuto immaginare. Ci siamo illusi di esser grandi, di avere il potere nelle mani, e non solo, ci siamo illusi di esser possenti possidenti, possidenti di case, barche e chissà quali altre proprietà. Ci credevamo grandi in un mondo che è sempre stato un gigante. Credevamo di poterlo comandare, controllare, gestire a modo nostro, piegare alle nostre volontà e necessità, quasi considerando il tutto come un impegno da inserire nelle nostre agende, tra un appuntamento e l’altro. Sfortunatamente, non siamo altro che facili prede del portentoso calcio dell’universo, individui che -nell’ arco di tempo che una mela, cadendo dall’albero, impiega a toccar terra- li schiacci. Siamo un facile bersaglio di quell’arciere che è il mondo, mine vaganti per il suo ordine ed equilibrio. Siamo sognatori che sfidano il mondo, tentando ininterrottamente di varcarne i confini. Siamo menzogneri, menzogneri che predicano di conoscere la vastità del mondo, ma menzogneri che, probabilmente, la magnificenza di quel mondo non l’hanno mai minimamente percepita. Siamo microrganismi di fronte all’immensità dell’universo. Siamo batteri, parassiti, siamo infetti e, spesso, nocivi. Questo cosmo multicolore che, ogni mattina, avvertiamo intorno, non ci appartiene. Non è il mondo a viverci attorno, siamo noi che ci appropriamo del suolo, dell’acqua, dell’aria, credendo di averne il diritto. Siamo noi a vivere al suo interno, noi a doverci piegare alle condizioni imposte dal titano. Per quanto ci sforziamo di credere che sia il contrario, le forze della natura non possono essere controllate. La natura è prodigiosa e rigogliosa, si è mostrata tale con i nostri predecessori e si pavoneggerà con chi verrà dopo di noi. Quell’albero che ci ha fatto da scudo nelle gelide giornate di dicembre e che ha ombreggiato il nostro capo nelle afose giornate di agosto, continuerà a vivere. Quell’erba che -nelle dolci e spensierate giornate di aprile- ci ha regalato margherite che, colmi di gioia, abbiamo raccolto con il nostro papà, non cesserà di crescere. Quel manto, talvolta azzurro, talvolta di un blu oltremare,  che ha fatto da sfondo alle nostre foto più belle, continuerà ad infrangersi sugli scogli, a far addormentare bambini con il dolce canto delle sirene, a far innamorare ragazzi, così come il cielo continuerà a mutare, ad esser limpido prima, grigio poi, cupo e tenebroso di lunedì. Ancora per una volta, il cielo sarà fonte d’ispirazione per i poeti, la pioggia farà ancora sorgere negli uomini quell’inspiegabile senso di malinconia, il suo ticchettare sui tetti indurrà una ragazza a comporre una poesia, svelandole verità fino a quel momento ignote. L’ arcobaleno sarà rasserenatore di animi e per secoli, secoli ed altri ancora, l’uomo, per la medesima volta, nello scorgere quel cielo aperto, renderà omaggio a Leopardi, ribattendo al sospiro di sollievo tirato dall’amico attraverso quell’espressione risuonata per decenni nell’orecchio dell’umanità: La quiete dopo la tempesta. I tuoni ruggiranno al nostro udito come percussioni, ricordandoci chi comanda. E la fanciulla, tremante, apparirà quasi insistente nell’aggrapparsi alla gamba del suo papà o alla gonnella della madre, nell’attesa che il temporale si plachi. Le nuvole proseguiranno la sfida le une con le altre: a cantar vittoria sarà colei che la forma più inusuale assumerà. Porre fine alla competizione non sarà di nostra competenza, quanto a capirle, chissà. Scommetto che, in una calda giornata di maggio, nel bel mezzo di un pic-nic, una ragazza avrà la sensazione di avere dinanzi agli occhi delle quantità abnormi di zucchero filato. Il vento non smetterà di far sentire le donne parte di ogni luogo, come canta Eddie Vedder, a renderle protagoniste in ogni occasione, pur essendo fonte di irritazione per chi, i capelli fuori posto, detesta averli. Nel buio pesto della notte, le stelle saranno lanterne per gli uomini. Lo sono state, lo sono oggi e lo saranno per un arco di tempo che tende all’infinito. Ogni bambino avrà la certezza di vedere, in quel punto di luce, il nonno salito in cielo. I tempi cambieranno ancora una volta, ma ancora una volta, l’uomo esprimerà i suoi desideri più nascosti nel vedere una stella cadente. La notte del 10 Agosto, miliardi di stelle attenderanno di essere ammirate. Le si osserverà ancora con il proprio amato e nel voltarsi a guardarlo, sarà quasi impossibile non vedere nei suoi occhi il chiarore di quelle stesse stelle. Ogni problema di geometria che preveda il calcolo dell’altezza di un triangolo, condurrà il pensiero alle montagne, imponenti triangoli di terra ove trovano collocazione alberi delle più svariate forme e tipologie. Oggi come quel giorno lontano, i più piccoli rifiuteranno, talvolta, di addentrarsi in quella verde coltre, per timore di imbattersi nel “lupo cattivo”. Persino la fiaba di Cappuccetto Rosso continuerà ad esser narrata così come ci è nota oggi, senza la parodie del caso. Ogni fiume convincerà l’individuo dell’incontestabilità di quella teoria del filosofo di Efeso. Panta rei, tutto scorre.

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La natura continuerà a sfoderare, imperterrita, il suo fascino. L’uomo, nel frattempo, non si arrenderà, il suo tentativo di assumere il controllo su tutto quel che lo circonda sarà petulante. Continuerà a credersi grande, potente, spesso insuperabile ed insostituibile. Non farà che illudersi: la natura, anziana comandante dell’universo, lo guarderà dall’alto in basso, ridendo della sua piccolezza. Lo guarderà nello stesso modo in cui un uomo cinico guarda le stelle nel buio della notte, punti che luccicano, ma pur sempre punti. Non siamo altro che ospiti di questa temeraria padrona di casa, una padrona nei cui confronti ci sono domandati rispetto e cortesia. Mai potremmo oltraggiarla. L’oltraggio alla sua dignità potrebb’ esser causa dei nostri mali più considerevoli e della nostra stessa distruzione. La natura avrà sempre il coltello dalla parte del manico, invano tenteremo di strapparglielo, ma dovremo fare i conti col disincanto. Non esiste incantesimo per infrangere le barriere magiche del reale, e se pure esistesse, non ci sarebbe dato di conoscerne la formula. La natura sarà sempre l’insegnante severa e noi gli studenti che faticano a guadagnarsi la sufficienza. Lei il pesce grande, noi il pesce piccolo. Chi non si adatta, soccombe. Legge inesorabile dell’universo e, forse, unica legge che ci è dato di conoscere. Noi formiche, lei il titano. Una pedata sulle nostre tane e siamo fuori.

Ogni uomo non è che Pollicino, uno scricciolo, cocchiere invisibile in sella ad un cavallo.

 

Tra buio e luce

E come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Da sempre i poeti sono stati i cantori di tutto quel che più ci affligge, ci tocca, ci divora l’animo. Il poeta si è sempre fatto portavoce di speranze, paure, desideri dell’uomo. La parola è il principale mezzo di cui disponiamo per esprimere noi stessi, quel che siamo, quel che vogliamo essere. Per quanto folle e assurdo possa sembrare, ognuno di noi è poeta. È poeta ogni qual volta si fa portatore di un ideale. È poeta ogni qual volta lotta per quello in cui crede o sogna l’evasione. È poeta ogni qual volta si propone di porre fine ad un litigio, ad una discussione, ad un fraintendimento o quel che sia, tramite la parola. La parola è quanto di più pacifico ci possa essere, è una lotta senz’armi, è una retata senza pistole. Non so come si faccia a parlare della parola senza essere paradossali. Per quanto ci sforziamo di credere che tutto si possa risolvere senza violenza, la parola è un’arma, una delle più pericolose. Basta una parola a porre fine ad una relazione, di qualunque natura essa sia. Le parole bisogna dosarle, bisogna rifletterci su. Le parole bisogna sentirle, bisogna che siano vere. Le parole bisogna che siano vere, ma bisogna che non siano né crude né nude. La parola è un mezzo che ci è dato di usare e, probabilmente, un dono che ci è dato di sfruttare. La libertà d’espressione è quanto di più bello possediamo, è il diamante più bello nella Caverna delle meraviglie dei nostri tempi. La parola ha, inevitabilmente, un peso e noi siamo incapaci di seguire la dieta giusta per raggiungere il peso forma. Io voglio credere nel potere della parola, un potere che ha come obiettivo la luce e non il buio. Io voglio far sentire la mia voce, voglio che essa sia l’angelo che scaccia tutti i demoni. Non voglio metter tutto nero su bianco, voglio essere il bianco che prende forma sul foglio nero. Come si fa, però, ad urlare a squarciagola quando tutto intorno imperversa la guerra? Come si fa quando il cuore tenta di indurirsi pur di non soffrire? Come si fa se la libertà è soppiantata dalla prigionia? D’un tratto il fuoco si spegne. L’ardore per la poesia svanisce di fronte al ghiaccio della guerra. In un attimo, hai il cuore di ghiaccio. Quel che desideravi perde di importanza. Quel che sognavi, lo hai dimenticato. La parola non è un’arma, la parola non è un mezzo pacifico. Semplicemente, la parola è il nulla.

In quell’ormai lontano 1945, Quasimodo sente il respiro venir meno e vede la mano paralizzarsi: E come potevamo noi cantare/ Con il piede straniero sopra il cuore. Milano è  occupata dai nazisti, il destino di ogni uomo è segnato. Ciascun individuo non conosce altro sentimento che la rassegnazione. L’umanità viene meno. Come si fa a credere nell’umanità fra i morti abbandonati nelle piazze/ sull’erba dura di ghiaccio, al lamento/
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio/
crocifisso sul palo del telegrafo?

L’umanità non può esistere se non vi è libertà. E quell’assenza di libertà, il poeta la sente nell’impossibilità di dar espressione alla propria interiorità per tramite di una penna. Il poeta si interroga, angoscioso, su quale sia il suo ruolo in questa situazione funesta e deve, a malincuore, accettare l’unica realtà possibile: lui, dinanzi all’orrore della guerra, è impotente, così come lo è il suo canto. Il suo non può che essere un tacito gemito di disperazione. Nel trovare un ruolo alla poesia, non c’è spiegazione che tenga. La poesia è messa a tacere, abbandonata allo stesso destino degli uomini: Alle fronde dei salici, per voto,/ anche le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento. Le corde delle cetre, strumento simbolo del canto e mezzo d’espressione d’ilarità nell’antichità classica, non conoscono più dita che le sfiorino. L’unico tocco che percepiscono è quello di un vento che porta con sé angoscia e tribolazione.

Si può essere prigionieri nella propria terra? Si può, la guerra è la falciatrice della libertà e non vi è libertà senza umanità. Essere umani significa essere liberi, liberi dall’odio, dalla perfidia, dalla fame di potere. Privarsi della fame di potere non significa, però, voler essere impotenti, si può essere potenti anche attraverso il solo uso della parola. Cantiamo per Quasimodo, cantiamo per chi non ha potuto farlo, cantiamo perché la parola sia più forte della guerra.

La parola ha un potere, lo ha sempre avuto, sta a noi decidere in quale direzione orientarlo.

L’illusione del tempo

Erano le 15:09, l’arbitro aveva fischiato da 9 minuti il calcio d’inizio, il tavolo da pranzo era ormai vuoto e fuori pioveva. Il cielo aveva cominciato a diventar cupo già prima di pranzo ed ecco che, da un delicato e ripetitivo ticchettío di gocce, si era scatenato uno spaventoso temporale. Non era un temporale qualsiasi, non era uno di quelli in cui guardi un film con una tazza di cioccolata calda in mano, era uno di quei temporali che provocano un certo malumore, un qualche senso di malinconia. Lei era lì, sul suo letto, immersa nei pensieri , più pensava e più scriveva, più scriveva e più pensava. Lui era andato via e lei aveva un vuoto dentro, uno di quelli mai provati e la pioggia -di cui lei, talvolta, amava sentire il suono mentre era intenta a fissare le macchie del soffitto- non aveva fatto altro che aumentare questo stato d’animo e la malinconia si era trasformata in nostalgia. Le sarebbe piaciuto stare sotto una coperta, ma da sola? Non di certo. Le sarebbe piaciuto stare sotto una coperta con lui, a coccolarsi, a viziarsi, a riscaldarsi, pensando al gelo che c’era fuori e a sentirsi fortunati. Avrebbe voluto che lui la stringesse ancora e ancora e ancora, e se possibile che non la lasciasse mai. Avrebbe voluto sentirsi dire “piccola” ancora una volta, sorridergli e vedere nei suoi occhi quella  felicità spontanea di quando un bimbo riceve il suo primo regalo di Natale. Gli avrebbe preso la mano e le loro dita si sarebbero intrecciate come un’edera nel mese di aprile, i loro piedi uniti in una sorta di costruzione realizzata dai bambini, una di quelle con i lego e i loro sguardi sarebbero stati grondanti di gioia, una gioia inevitabile, inesplicabile e indescrivibile. Magari avrebbero cominciato a farsi il solletico a vicenda, a ridere, a chiamarsi “fra” o “fratè” e a dibattere su quale dei due appellativi fosse il migliore, a sfidarsi a vicenda magari, perché sapevano essere amici prima di ogni altra cosa e fidatevi, erano tanto insieme. Di lì a poco avrebbero deciso di guardare un film forse, mettendoci poi un’ora per scegliere, ma a chi sarebbe importato, il tempo non era il tempo quando erano insieme, era un’altra cosa o forse non esisteva proprio. Ma erano le 15:09, l’arbitro aveva fischiato da 9 minuti il calcio d’inizio, fuori pioveva e lui era andato via.